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Il valore della fragilità

U rgenza, emergenza, fragilità, disagio, difficoltà, malattia, morte, ecco solo alcune delle parole che più di tutte ci terrorizzano e ci spingono a chiedere aiuto.

Ma perché? Perché chiedere aiuto davanti alla parola sofferenza? Perché spaventarci davanti alla paura? Perché lottare contro il dolore?
Eppure paura, tristezza, rabbia sono emozioni di base che rappresentano un lascito ereditario che ha un valore adattativo importantissimo per la nostra sopravvivenza. Perché connotarle negativamente negandole, sopprimendole e/o dissimulandole?

 

Il valore dell’emozioni

 

Siamo abituati a trovare una soluzione a tutto, un rimedio a qualsiasi cosa reputiamo difettoso o mal messo. Gettiamo via tutto ciò che non rientra dento precisi standard di una presunta perfezione e quando scopriamo di non essere “perfetti” o di non essere la “madre perfetta”, la “figlia perfetta” o “l’amica perfetta” iniziamo a gettar via noi stessi o l’altro che ha infranto le nostre illusioni spesso troppo distanti dall’uomo reale. Alcune volte il dolore, il senso di inadeguatezza e la sofferenza che nasce nel profondo, dentro l’animo umano, è il risultato di come le nostre vite si adattano all’ambiente in cui viviamo. La società che ci circonda e la cultura in cui siamo calati veicolano troppo spesso in modo più o meno implicito messaggi stereotipici troppo lontani dalla realtà che ci costringono a rinnegare noi stessi solo per appagare il nostro bisogno di essere accettati, amati e visti. In una società fatta a questo modo non c’è posto per la sofferenza, non c’è posto per il dolore, non c’è posto per la paura e neanche per la tristezza. Tutto viene patologgizzato trasformando la tristezza in depressione, la paura in ansia, la tensione in stress e via discorrendo. Tutto questo sembra un discorso atto a denigrare e svalutare la figura dei professionisti della salute mentale, ma al contrario vuole essere un’esortazione a non stigmatizzare la sofferenza e un invito a vederla, accettarla, comprenderla e integrarla nelle nostre vite come parte di un tutto.

 

Imparare a gestire le proprie emozioni

 

Non allontaniamo gli aspetti dolorosi rilegandoli in un posto lontano da noi come se fossero qualcosa di estraneo e alieno (come accadeva alla fine del ‘800). Ma impariamo ad accettare che il dolore fa parte della vita e che dalle sofferenze si cresce perché si impara a conoscersi meglio che nelle avversità forgiamo noi stessi e il nostro carattere e soprattutto che la parola resilienza non ha solo un bel suono quando pronunciata, ma implica la forza e la tenacia di forgiare noi stessi grazie alle avversità e sofferenze, e non malgrado queste.

La vera urgenza oggi è cercare di cambiare quest’ordine delle cose guardando alla vita in modo più ampio e se non cogliamo questa opportunità di cambiamento allora quando?
La mia è una domanda provocatoria che mira a spronare la responsabilità individuale di ognuno di noi nel contribuire a partecipare in modo attivo ai cambiamenti che si stanno registrando in altre parti del mondo. Lo stigma e la paura della malattia mentale è un retaggio culturale che per troppo tempo ha influenzato negativamente le nostre vite sociali.
Dobbiamo ripensare in termini nuovi al concetto di benessere e di salute. La definizione di salute è stata ampliata, non è più vista come una condizione che implica l’assenza di malattia, ma chiama in causa altri fattori in un’ottica d’integrazione di aspetti biologici, psicologici e sociali. L’isolare uno solo di questi fattori conduce a una visone riduttiva e parziale dell’essere umano.

Il mondo cambia velocemente e le nuove scoperte scientifiche in ambito medico, biologico e psicologico segnalano ormai da tempo la necessità di assumere vertici osservativi che prendano in considerazione tutti questi aspetti. L’essere umano è un unicum costituito da parti che comunicano e interagiscono tra di loro. Mi domando perché in tutti questi anni ci siamo impegnati a metter da parte l’aspetto che più di tutti caratterizza, distingue, e costituisce l’essere umano, ossia la nostra psiche con la capacità di provare emozioni che influenzano e condizionano il nostro pensare, riflettere e ragionare organizzando informazioni.

 

Vado dallo psicologo, che vergogna!

 

Non credo sia più giustificabile e tollerabile, il sentimento di vergogna che si prova quando si afferma di andare dallo psicologo, nascondendo o dissimulando sofferenze e difficoltà. Ritengo che questi atteggiamenti contribuiscano e alimentino un modello tossico per sé e per gli altri. Ad esempio è responsabilità di ogni madre chiedere aiuto senza la paura e la vergogna dello stigma perché come dimostrano tutti gli studi sulla relazione madre-bambino, il benessere psicologico della madre influenza quello del figlio fin dalla tenera età. È pure responsabilità di ogni cittadino contribuire a questi cambiamenti iniziando a prestare attenzione al proprio benessere psicologico perché questo si ripercuoterà sulla società in cui esso vive.

 

Fare prevenzione è importante

 

Questo processo di cambiamento e di trasformazione chiama in causa ognuno di noi poiché agiamo come singoli per la collettività.
La sofferenza emotiva non dev’essere fatta combaciare tout cure con la malattia mentale, ma al contempo dev’essere vista per rintracciare eventuali fattori di rischio che potrebbero in talune condizioni condurre a un disturbo mentale. In quest’ottica quindi l’intervento psicologico diviene un intervento preventivo e al contempo un’opportunità per il singolo di conoscere meglio sè stesso e il proprio ambiente. Un intervento preventivo volto a preservare, tutelare e favorire il benessere psichico, non è di facile attuazione. La prevenzione psicologica potrebbe essere inserita tra le visite di controllo routinarie che si fanno per monitorare lo stato di salute biochimica del nostro corpo. Spesso ci troviamo a provare dei fastidi o dei dolori fisici che poco o nulla hanno a che fare con la nostra biologia!

Alle volte i problemi organici fungono da campanellini d’allarme che segnalano che l’equilibrio tra corpo, psiche e ambiente si è interrotto e ci serviamo del corpo come mezzo attraverso il quale esprimiamo un sintomo per segnalare che c’è qualcosa che non sta andando come dovrebbe. Spesso ci troviamo a fare molte visite di controllo da medici con x specializzazioni per dei problemi definiti generalmente di natura organica e ci sottoponiamo a queste visite nonostante l’ansia e la paura di malattia. Perché? Perché è più facile accettare che sia il nostro corpo ad essere malato, ma non la nostra mente? Sono molteplici le risposte a questa domanda che io preferirei lasciare senza una risposta precisa, ma che mi auguro susciti in chi legge una riflessione.

 

Carmen Paese è una psicologa clinica che ha operato in contesti ospedalieri e comunitari. Specializzata nella valutazione psicologica e nell’inquadramento delle risorse cognitive, emotive e relazionali. Lavora come operatrice all’interno di una comunità terapeutica per adolescenti psichiatrici nel comune di Milano.