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Abbiamo un problema con la fragilità e la salute mentale

La

fragilità e la salute mentale non le sappiamo maneggiare. Le giudichiamo, deridiamo, bullizziamo.

Le persone fragili ci irritano e ci spaventano, ci ricordano che possiamo apparire agli occhi altrui meno appetibili. Perché se negli oggetti, la fragilità è sinonimo di merce preziosa, da ammirare e custodire, negli essere umani è metafora di fallimento.

 

La società della performance

 

Viviamo tutte e tutti nelle società delle performance, che ci vuole attenti ed eroici protagonisti della nostra vita. Sempre in vetrina, sempre al massimo, sempre performanti. Bisogna essere belli, ricchi, ostentare sicurezza, posizione sociale, avere opinione su tutto. Nascondere le proprie brutture, il disagio, la malinconia, la fragilità, il magone che ti assale per la nostalgia di qualcuno o qualcosa. È consentita la rabbia. Quella si può sfogare, la si può urlare, resta sempre sinonimo di forza.

Ne il libro La società della performance, Maura Gancitano e Andrea Colamedici proseguono la linea tracciata da Guy Debord con La società dello spettacolo e da Byung-Chul Han con Psicopolitica, rivelando come la condizione dell’uomo contemporaneo sia strutturata per sostituire al mondo l’imitazione del mondo, all’espressione di sé l’esibizione di sé, alla narrazione lo storytelling, alla ricerca del senso della vita la ricerca di un livello sempre maggiore di benessere e visibilità. Una società che richiede costantemente opinioni, condivisioni ed esibizioni è una società che ha paura del silenzio, dello spazio, della costruzione, e dunque di un’autentica narrazione. Perché raccontarsi oggi significa fare addizioni, sommare like e post e immagini, non lasciare che qualcosa di sacro emerga da qualche parte di noi che si trova davvero in profondità. Come possiamo ritrovare la dimensione sacra e autentica dell’esistenza senza rimanere impigliati nelle maglie della società dell’immediatezza?

 

Bisogna farcela sempre

 

E così un attore come Libero De Rienzo è colpevole della sua morte “ Ah! Che drogato! Come ha potuto non sopravvivere per i figli? Per la moglie, per la carriera? È possibile che tutto questo non basti?” E via di dettagli sulle ultime ore di vita, snocciolando i gesti dell’attore con minuzia, via di chiacchiericcio su un uomo di cui nulla ci è dato sapere, soprattutto dei suoi mostri, che non era dovuto ci mostrasse. Perché allora abbiamo così bisogno di leggere sui i giornali della dipendenza da droga di Rienzo? È questa forse una notizia? Cosa è d’interesse pubblico? La fragilità di un uomo o il fallimento di un uomo?

E Simone Biles? Non basta il sogno di una medaglia olimpica?

“L’amore e il sostegno che ho ricevuto mi hanno fatto capire di essere più dei miei successi, cosa che non avrei mai creduto prima”. Così Simone Biles, sui suoi profili social, ringrazia per tutti i messaggi di sostegno ricevuto dopo il suo ritiro dalla finale a squadre di ginnastica artistica per “affrontare i demoni della sua testa”, così i titoloni sui giornali: AFFRONTARE I DEMONI DELLA SUA TESTA! Simone Biles, 30 medaglie tra Olimpiadi e mondiali, 4 ori olimpici, la ginnasta americana che ha vinto di più nella storia. Ha accusato il suo medico di violenza sessuale, si è messa contro la federazione di ginnastica americana. Si è ritirata dalle Olimpiadi, è stata definita “fragile.”

 

La salute mentale in Italia

 

Sono 17 milioni gli italiani che soffrono di disturbi mentali. Ma ancora molti non accedono ai servizi, in parte a causa di gap nella rete di sostegno e in parte a causa dello stigma sociale. In Italia circa persona su tre soffre di un disturbo mentale. E con la pandemia di Covid-19 l’incidenza dei sintomi depressivi è quintuplicata. Le persone che attraversano l’esperienza di un disturbo mentale fanno fronte non solo a sintomi e disabilità, ma anche allo stigma, una sorta di “seconda malattia” che dura a lungo, spesso anche quando il disturbo mentale è ormai guarito è complesso e non scontato essere nuovamente accettati nei contesti lavorativi, affettivi e sociali.

 

Ma non è semplice curarsi in Italia

 

Depressione e ansia si possono curare attraverso il sistema sanitario nazionale? In tanti Paesi europei il servizio pubblico è purtroppo inadeguato, se non addirittura inesistente. Lunghe liste di attesa, ticket o risorse limitate spingono i pazienti verso il privato. Ma in quanti se lo possono permettere?

 

Salute mentale infanzia e adolescenza

 

Recenti ricerche scientifiche hanno lanciato l’allarme sul grave disagio psichico degli adolescenti, insistendo su come questo stia diventando una vera e propria emergenza. In Italia molti soffrono di depressione, irritabilità, apatia, riportano vissuti di solitudine e isolamento, che possono rappresentare l’innesto di patologie psichiatriche (psicosi, disturbi affettivi, disturbi della condotta, disturbi alimentari) o di comportamenti disfunzionali quali abuso di alcol, abuso di sostanze, comportamenti autolesivi, ideazione suicidaria e passaggio all’atto.

Questi sono espressione di un disagio profondo che deve essere accolto, ascoltato, compreso e affrontato, per evitare che i problemi divengano cronici e mettano a rischio il futuro.

Nonostante questa emergenza, l’offerta delle strutture dedicate ad affrontare il disagio psichiatrico degli adolescenti non  è ancora adeguata. In particolare mancano strutture di riabilitazione che aiutino i ragazzi e le loro famiglie a ristabilire un equilibrio di vita, sanitario e sociale. Ancora pochi ragazzi in condizioni di disagio vengono inseriti in programmi di riabilitazione.

Mancano personale, reti di cura, servizi di neuropsichiatria infantile dedicati all’interno dei dipartimenti di salute mentale in diverse Regioni del Centro-Sud, lasciando singoli ed famiglie senza risposte, costringendoli ad una migrazione sanitaria che crea disequità d’accesso.

Un dato allarmante: i letti dedicati all’emergenza psichiatrica in tutta Italia sono solo 92. Dei 322 letti per la Neuropsichiatria, la stragrande maggioranza è dedicata alla sfera neurologica e cioè di fatto all’epilessia, che però rappresenta lo 0,6% delle malattie neuropsichiatriche mentre solo l’autismo è quasi al 2%.

Quando inizieremo ad occuparci seriamente della salute mentale e dalla fragilità, senza giudicarlo come un fallimento o una falla del sistema produttivo?

 

Giornalista ed imprenditrice, esperta in tematiche riguardanti gli stereotipi di genere nella medicina. Titolare del centro Io Calabria e Direttrice di Io Calabria Magazine