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Peace and Love at War, Banksy

L’Italia ha un problema con la violenza in divisa

Dal

caso di Sara Qasmi Zouane, costretta a subire la violenza di spogliarsi durante l’esame di scuola guida, a Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Carlo Giuliani. Solo alcuni dei nomi delle vittime dell’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine in Italia.

 

La denuncia di Sara Qasmi Zouane, raccontata suo profilo Instagram

 

«Giovedì 26 maggio alle 14 mi sono recata alla motorizzazione di Trento per conseguire l’esame di teoria della patente. Penso fossimo stati una dozzina di persone, tra cui due d’origine pakistana e io d’origine marocchina, ma nata e cresciuta in Italia». Viene fatto l’appello, la giovane viene chiamata e consegna la sua carta di identità e uno degli esaminatori afferma Sara Qasmi Zouane: «Fa delle battute stupide sul mio cognome e nel pronunciarlo aggiunge delle consonanti inesistenti tanto per bullizzarmi davanti a tutti i presenti, pensando addirittura di esser simpatico». Inizia l’esame e la ragazza viene controllata costantemente dall’esaminatore: «Stava attaccato come una sanguisuga, continuava a passare, ad abbassarsi per controllare, non trovava niente e se ne andava, ma nel dubbio ritornava. Insomma, ho passato 30 minuti infernali» A un certo punto, però, un poliziotto sarebbe entrato in aula, a chiamarlo sarebbero stati proprio gli esaminatori. «Va verso il pakistano, lo prende per un braccio e lo porta in una saletta adiacente che però aveva la porta aperta, quindi io, incuriosita mi sono permessa di girarmi per pochi secondi riuscendo a vedere la scena del poliziotto che perquisiva il ragazzo». Una perquisizione, a detta di Sara Qasmi Zouane sommaria, non invasiva e discreta. Probabilmente il controllo era dovuto al sospetto che il giovane potesse avere occultato un auricolare o un dispositivo per essere aiutato nell’esame da altri esterni.

La situazione inizia a diventare ancora di più paradossale dopo l’esame di Sara Q. Z. Terminata la prova, la giovane ha raccontato di essersi alzata, essere andata in direzione degli esaminatori per consegnare il badge ma di esser stata fermata dal poliziotto, in attesa.

«Dopo qualche minuto entra una poliziotta donna, lei corre subito verso di me e mi chiede di seguirmi» prosegue Qasmi Zouane «Mi porta in bagno e mi chiede con un’attitudine molto autoritaria e minacciosa di spogliarmi». Sara Q.Z pensava che il dubbio su di lei fosse sul velo, che magari avrebbe potuto nascondere degli auricolari. Decide così di togliersi l’hijab ma non sarebbe stato sufficiente, perché la poliziotta avrebbe urlato: «ho detto di spogliarti».

Alla richiesta di spiegazioni della giovane, la poliziotta non avrebbe risposto ma urlato: «Tutto, devo vedere tutto, si tolga anche le mutande e l reggiseno». A Sara Qasmi Zouane non è stato rilasciato un verbale di perquisizione che spiegasse le motivazioni che hanno portato a una perquisizione così violenta sulla ragazza.

«Sono andata in Questura per denunciare il fatto e inizialmente hanno fatto fatica a credermi pure la polizia e molto probabilmente pure se troveranno i colpevoli, rimarranno impuniti e al massimo verranno ripresi».

(Fonte: instagram @sara.arrigoniqasmi)

 

Parlare di abusi in divisa in Italia è ancora un tabù

 

Il tema delle violenze e degli abusi nelle carceri italiane, delle violenze in divisa, raccontato nella sua crudezza e gravità, solo di recente ha smesso di vivere nell’oblio, grazie ad alcuni casi eclatanti e alla forza delle famiglie delle vittime che si sono messe in gioco con coraggio per avere giustizia nei tribunali e spazio sui media. Esiste un momento nella storia del nostro Paese in cui le violenze in divisa sono emerse in superficie. Quel momento è la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, quando all’interno della scuola Diaz di Genova, dove si stava svolgendo il G8, diversi agenti fecero un’irruzione che terminò con feriti gravi e sangue ovunque. Una spedizione punitiva a tutti gli effetti, che l’allora vice questore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, Michelangelo Fournier, definì una «macelleria messicana» e per la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo chiese conto all’Italia.

 

Letture consigliate sul tema

NON SIETE STATO VOI edizioni People scritto da Alessia Ferri

 

Ripercorrendo i casi noti dalla caserma Diaz a Stefano Cucchi, i meno noti e recenti, e gli infausti paralleli internazionali Alessia Ferri segue la lenta a tardiva formazione della legge sul reato di tortura, codificato in Italia solamente nel 2017 e ancora privo della necessaria incisività nei confronti delle forze dell’ordine.

Nel libro viene analizzato il concetto di «spirito di corpo», che se pur, forse, un tempo lodevole nelle intenzioni, è divenuto sempre più spesso sinonimo di omertà e cameratismo, volti a coprire un sistema che esiste ma in molti casi, e con il benestare di politica e Istituzioni, viene derubricato alla condotta di alcune mele marce. Mele marce delle quali però, forse, non si dovrebbe più parlare visto che, come affermato anche dalla sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, la cui testimonianza è presente nelle pagine del libro, «iniziano ad essere tante nel cesto».

Tutte unite, si legge nel libro, in un sistema emerso con molta chiarezza anche dal recente caso della caserma Levante di Piacenza, dove nel luglio 2020 scattarono le manette per alcuni carabinieri, accusati di diversi reati tra i quali la tortura.

 

Violenza in carcere

 

A peggiorare un quadro già oltre il limite, scrive sempre Alessia Ferri, la crisi sanitaria.

Nel marzo 2020, infatti, a pochi giorni dall’inizio del lockdown nazionale, in diversi Istituti penitenziari italiani si verificarono rivolte di carcerati spaventati per la mancata ricezione di adeguati dispositivi di sicurezza sanitaria e per il sovraffollamento delle celle che rendeva impossibile il distanziamento sociale. A seguito di questi eventi ci furono cariche degli agenti, giustificate spesso come un tentativo di contenimento della rivolta, ma per le quali le indagini sono ancora in corso. Ventuno le case circondariali teatro delle proteste, che alla fine hanno determinato un totale di 107 feriti tra gli agenti, 69 tra i detenuti e 13 morti, sempre tra i detenuti. I casi più gravi hanno riguardato le carceri di Modena, Milano Opera, Santa Maria Capua Vetere e Melfi.

 

Le associazioni impegnate contro gli abusi

 

Nel libro è dato grande spazio anche a chi ogni giorno lotta perché fatti come questi non accadano più e vengano puniti adeguatamente, non messi a tacere.

Tra le testimonianze più crude, quella di una delle tante volontarie di Acad, Associazione Contro gli Abusi in Divisa, che ammette: «Il telefono squilla quasi tutti i giorni. Quando succede di notte ci si alza di soprassalto scongiurando che non sia grave, che “non ci sia scappato il morto”».

 

Giornalista ed imprenditrice, esperta in tematiche riguardanti gli stereotipi di genere nella medicina. Titolare del centro Io Calabria e Direttrice di Io Calabria Magazine