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Punire l’attivismo per controllare il dissenso. Il caso di Jessica Cosenza

S uccede che il 13 dicembre 2021, la questura di Cosenza ha convocato due sindacalisti dell’USB, Jessica Cosenza e Simone Guglielmelli, per notificare loro la richiesta di SORVEGLIANZA SPECIALE DI PUBBLICA SICUREZZA, volte a “contenere il loro carattere eversivo e ribelle”, che avrebbero espresso nel corso degli anni per aver manifestato a favore del lavoro pulito in Calabria e impegno contro lo sfruttamento, lotta per la casa, sviluppo delle strutture di socializzazione e inclusione, assistenza per i diritti civili e di genere, supporto per i migranti, nella città di Cosenza e nella Calabria tutta.

La Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza rientra tra le Misure di Prevenzione personali ed è disposta dall’Autorità Giudiziaria su proposta del Questore della provincia nella quale il “delinquente (?)” risiede o dimora stabilmente. Disposizioni quindi, finalizzate a limitare la libertà di movimento e le azioni criminali di quei soggetti che hanno dimostrato di essere refrattari ai provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria per prevenire che continuino a perpetrare ulteriori reati rispetto a quelli già accertati a loro carico. In definitiva Jessica Cosenza e Simone Guglielmelli sono stati puniti per essere degli attivisti.

 

Ma chi sono “gli attivisti”?

 

Quando si parla di attivismo ci si riferisce alle lotte sociali e politiche, volte ad ottenere visibilità per i diritti di gruppi marginalizzati e per la persona. La pratica dell’attivismo avviene attraverso proteste, disobbedienza civile, scontri e rivolte, progetti educativi, divulgazione ecc. Tuttavia, nei contenuti e dal punto di vista etico, l’attivismo rischia di incorrere in diverse problematicità.
Ho chiesto a Jessica Cosenza, studentessa, sindacalista e attivista delle Fem.in di Cosenza, che da anni denuncia la malasanità calabrese, lo stereotipo di genere, il pregiudizio razziale, di raccontarci quanto accaduto e quali provvedimenti sono stati proposti dal Questore di Cosenza

 

D: Jessica, ci racconti nei dettagli cosa è accaduto?

 

R:Sostanzialmente, come dicevi prima siamo stati convocati in questura dove ci hanno notificato la richiesta di sorveglianza speciale, una misura che solitamente di applica ad affiliati di ‘Ndrangheta o a delinquenti incalliti, ovviamente né io né Simone apparteniamo a queste due categorie! Il nostro casellario giudiziario è assolutamente vuoto e tutti i procedimenti in corso o le segnalazioni hanno chiaro carattere politico, trattandosi di manifestazioni e azioni di protesta. Per giustificare la richiesta di questa misura sostanzialmente gli ufficiali di polizia hanno redatto un “profilo” caratteriale che ovviamente non può essere, anche se corrispondesse a realtà e nel nostro caso risulta essere molto fantasioso, giustificativo di una tale limitazione della libertà. Ci sembra assurdo e paradossale che una misura di prevenzione più volte contestata per la sua anticostituzionalità, possa essere comminata con tutta questa faciloneria a due persone incensurate e il quale agire è sempre stato trasparente.
Ma alla fine, aldilà dello sconforto iniziale, la cosa non ci stupisce; parliamo di un copione già visto, un attacco indiscriminato al fine di silenziare il dissenso, come nel 2018 è stato il tentativo di ingiuriarci con la chiusura indagine per associazione a delinquere ai danni di alcuni attivisti del comitato prendocasa mentre le reali associazioni a delinquere continuano ad agire indisturbate in Calabria, fuori e dentro i palazzi di governo.

 

D: La tua costante esposizione e la tua voce, in un paese che induce notoriamente al silenzio, merita un plauso al coraggio. Ci piacerebbe tu spiegassi perché a tuo avviso, in Calabria, è così complesso “alzare la voce” … eppure l’impoverimento etico e culturale è sotto gli occhi di tutti.

 

R: Penso che sostanzialmente ci siano due elementi da ricondurre alla tua domanda, il primo è la forte emigrazione giovanile, il secondo è il ricatto e la rassegnazione.
Se da un lato vediamo le nostre energie migliori fuggire per cercare un futuro quantomeno dignitoso, dall’altro vediamo chi è costretto a restare che in qualche modo deve barcamenarsi per sopravvivere e quando si deve tirare a campare, spesso l’espressione del dissenso è un orpello o peggio ancora è pericolosa…Può farti perdere il lavoro, la casa o non farti avvalere dei tuoi diritti, diritti che in una terra di clientele e malaffare sono sempre più spesso privilegi.

 

D: Quanto è importante fare attivismo?

 

R: Se ti dicessi che è vitale, direi sicuramente un’ovvietà che potrebbe risultare vuota, ma non penso ci sia miglior modo per rispondere.
Lo penso alla luce di tutte le conquiste, in tema di diritti e dignità, che nella mia esperienza ho visto strappare ai comitati, gruppi e collettivi di questa città e lo penso anche e soprattutto a causa di questi continui attacchi repressivi; se l’attivismo non fosse di importanza vitale nel migliorare le condizioni di vita dei cittadini e delle cittadine e di conseguenza non facesse paura a chi ha interesse a mantenere lo status quo, non saremmo perennemente sotto attacco.

 

D: Cosa accadrà adesso?

 

R: A metà Febbraio il tribunale di sorveglianza dovrà esprimersi in merito alla richiesta, intanto è già partito un tandem mediatico di solidarietà che vede coinvolta gran parte della città, ma anche pezzi del mondo accademico e delle istituzioni, stanno arrivando attestati di stima e vicinanza un po’ da tutta Italia.
Da subito questa solidarietà si sta tramutando in una battaglia costante ed incessante, non solo in difesa di me e Simone ma soprattutto in difesa del dissenso e del pensiero democratico, perché è evidente che con questo attacco si sta provando a lanciare una minaccia a tutti/e i/le liberi/e cittadini/e.
Ma Cosenza ha nel suo DNA, nella sua storia, tanti esempi di come queste minacce siano state sempre rispedite al mittente, siamo certi che anche oggi sarà così.

 

Le persone chiedono ancora un futuro alternativo?

 

Nel 2021 è crollato l’impegno civile degli italiani, ma senza partecipazione non c’è società, ma solo persone confinate nei propri orizzonti. Per questo occorre prestare attenzione al declino della partecipazione. I dati dell’Osservatorio sulla Sicurezza, curato da Demos per la Fondazione Unipolis, offrono un profilo chiaro – e inquietante – di questa tendenza. Tutte le principali forme di partecipazione appaiono in calo, soprattutto dopo il biennio elettorale 2018-19. Questo fenomeno, però, non riguarda solo – e soltanto – le iniziative “politiche”. Si allarga, invece, a tutti i settori. A partire dal volontariato. E coinvolgono le organizzazioni che operano in ambito culturale, sportivo e ricreativo. Le esperienze più “partecipate”, che accompagnano tutti i contesti. E tutte le età. Nell’ultimo anno e mezzo, cioè: dalla fine del 2019, la partecipazione è crollata. In ambito politico: risulta sparita. Infatti, “ammette” di averla praticata, anche una sola volta nel corso dell’anno, meno del 10% degli italiani (intervistati).

Lo stesso orientamento emerge per le “manifestazioni pubbliche di protesta”. Ciò non significa che non vi siano più mobilitazioni. Di certo non mobilitano le “masse”. E per ottenere visibilità sui media e sui social, adottano azioni e “parole” appariscenti. Anche la partecipazione a iniziative collegate ai problemi locali e del territorio, nell’ultimo anno e mezzo, si è ridotta sensibilmente. Praticamente, dimezzata: da 38% al 20%. Com’è avvenuto nel “volontariato sociale”, che vede la partecipazione scendere dal 44% al 24%. Oggi, nel sondaggio dell’Osservatorio sulla Sicurezza di Demos-Fondazione Unipolis, quasi 6 italiani su 10 (il 57%) afferma di non aver partecipato ad alcuna attività pubblica e sociale.

Anche per questo motivo il lavoro di attivismo di Jessica Cosenza e altri è di estrema importanza, perché rafforzano la democrazia in generale imponendo maggiore coerenza tra vita civile e politica, provando a mettere in relazione la rappresentanza (i politici) con la partecipazione (la realtà dei cittadini).

Giornalista ed imprenditrice, esperta in tematiche riguardanti gli stereotipi di genere nella medicina. Titolare del centro Io Calabria e Direttrice di Io Calabria Magazine