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Violenza ostetrica: che cosa significa e come riconoscerla

Procedure mediche coercitive, umiliazione, abuso verbale, mancanza di riservatezza o di un reale consenso informato: sono solo alcuni dei trattamenti abusanti subiti dalle donne durante il parto e catalogabili come violenza ostetrica.

Definita per la prima volta in ambito giuridico nel 2007 nella “Ley Orgánica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia” del Venezuela come “appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano”, la violenza ostetrica è entrata progressivamente nell’agenda politica internazionale, mentre si inquadra il problema a livello mondiale e si cercano forme di tutela sempre maggiori, in Italia non esiste ancora una legislazione in materia.

 

La violenza ostetrica non riguarda solo le ostetriche

 

La violenza ostetrica non è solo il comportamento scorretto ed irrispettoso da coloro che operano in qualità di ostetriche, ma riguarda tutto il personale medico e paramedico che ha l’obbligo di prendersi cura della paziente nella fase del parto. Questa particolare violenza non si concretizza semplicemente in gesti fisici opinabili, ma anche in offese, umiliazioni, frasi di scherno, atteggiamenti di leggerezza e di poca sensibilità verso una paziente che sta attraversando un particolare momento della propria salute fisica e mentale.

Dalla prima indagine nazionale sul tema, denominata Le donne e il parto, nata su iniziativa dell’Osservatorio sulla violenza Ostetrica Italia e condotta dalla Doxa su un campione di cinque milioni di donne italiane, tra i 18 e i 54 anni, con almeno un figlio di 0-14 anni, è risultato che una mamma su cinque riferisce di avere subito qualche forma di violenza ostetrica, fisica o psicologica, alla prima esperienza di maternità. Addirittura, su 100 intervistate, 6 dicono di voler rinunciare o di avere rinunciato alla seconda gravidanza proprio perché rimaste irrimediabilmente traumatizzate da quanto accaduto durante il primo parto. Chi si trova ad affrontare questa prova si domanda allora: cos’è la violenza ostetrica?

 

Violenza ostetrica: quando il parto si trasforma in trauma

 

Per violenza ostetrica quindi si intende “l’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario che si manifesta in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali, avente come conseguenza la perdita di autonomia e delle capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità che impatta negativamente sulla qualità della vita della donna”.
Esempi di queste manifestazioni di violenza di genere nei servizi di salute riproduttiva e durante il parto presso le strutture ospedaliere sono ad esempio: il taglio cesareo senza consenso e privo di indicazioni mediche, procedure mediche dolorose effettuate senza anestesia, l’abuso di episiotomia (operazione chirurgica che consiste nell’incisione chirurgica – tomia – del perineo e della parete posteriore della vagina per allargare l’orifizio vaginale e dunque indirettamente il canale del parto). È una pratica che solo in situazioni specifiche evita effettivamente complicazioni, altrimenti può avere effetti negativi fisici e psicologici sulla partoriente, tanto da essere stata catalogata come integrazione alla violenza di genere e tortura. L’episiotomia era un vero e proprio intervento di routine (così come in alcune strutture il cesareo), molto spesso non necessario. E se in alcune realtà la pratica è stata rivista in modo da ridurre il più possibile i danni alla madre, o notevolmente ridotta, in altre le cose non sono cambiate dagli anni Sessanta e viene ancora operata in modo indiscriminato, a volte senza il consenso informato, in pieno contrasto con le raccomandazioni dell’OMS. Il ricorso all’episiotomia varia da Paese in Paese, dal 50% delle donne che partoriscono per via vaginale in Italia, il 56% in Croazia, il 72% in Portogallo e in Ungheria, fino a raggiungere l’89% in Spagna. In particolare in Italia il 61% delle donne che hanno subìto tale pratica ha dichiarato di non aver ricevuto informazioni appropriate e non è stato loro richiesto il consenso.

 

E poi ancora, altre diverse forme di violenza ostetrica, fra cui:

  • l’abuso fisico diretto
  • pressione sul fondo dell’utero (manovra di Kristeller)
  • l’impossibilità di decidere la posizione del parto
  • il clistere
  • la depilazione prima del parto
  • il ricorso a ripetute visite vaginali da parte di più operatori
  • la privazione di cibo e di acqua durante il travaglio
  • la negazione di una persona fidata accanto durante il travaglio e il parto
  • l’abuso di farmaci adoperati senza reale indicazione
  • la rottura artificiale delle membrane
  • il ricorso al parto operativo o al taglio cesareo quando non necessari
  • il taglio immediato del cordone ombelicale
  • la separazione di mamma e neonato
  • lo scarso o assente sostegno all’avvio dell’allattamento

Alle pratiche assistenziali fisiche si aggiungono poi:

  • l’umiliazione e l’abuso verbale
  • l’assenza di adeguata informazione
  • la coercizione e l’assenza di consenso
  • il mancato rispetto della privacy
  • il rifiuto a fornire strumenti adeguati per il contenimento del dolore
  • le discriminazioni legate all’etnia, al livello socio-culturale ed economico

 

Violenza ostetrica come violenza di genere

 

In un evento cruciale e intenso come la maternità, il diventare genitore, l’arrivo di un figlio, l’esercizio abusivo di potere e controllo sul corpo femminile si traduce in una serie di disastrose conseguenze a breve e lungo termine: traumi fisici, sindrome da stress post traumatico, difficoltà nell’accudimento del neonato e nell’instaurarsi di una relazione genitoriale serena, difficoltà sessuali, dolore cronico, compromissione delle normali funzioni fisiologiche (digestione, defecazione, minzione, ciclicità ormonale), problemi relazionali col partner, ripercussioni nella vita sociale.

Gli stereotipi di genere hanno radicato il convincimento che il parto sia un evento che richiede sofferenza da parte della donna. Alle donne viene detto di essere felici che il proprio bambino sia nato sano, mentre alla loro salute fisica ed emotiva non viene dato valore. L’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica enfatizza il bisogno di contrapporre alla modalità “interventista” e impersonale del processo del parto, la promozione del parto fisiologico, rispettoso e personalizzato, l’appropriatezza delle cure, la continuità dell’assistenza e il rispetto dei desideri e delle decisioni delle partorienti.

In Occidente, lo scorso autunno, il tema è entrato formalmente nel dibattito all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Sulla sua scia, anche il Consiglio d’Europa ha invitato gli stati membri a monitorare la situazione, fornire supporto economico per evitare il sovraccarico di lavoro nei reparti maternità e formare il personale nella prevenzione del sessismo, della violenza e nella promozione di un approccio umano alla cura. L’invito abbraccia anche la necessità di discutere leggi a protezione dei diritti dei pazienti, in relazione alla violenza ostetrica e ginecologica, per contribuire al dibattito ed eliminare i tabù. Il problema della violenza ostetrica non riguarda soltanto i paesi a basso reddito ma si manifesta nei sistemi sanitari di tutti i Paesi. Si manifesta in Calabria e nell’Italia tutta e tra le cause principali dei maltrattamenti nel parto e della violenza ostetrica ci sono le dinamiche di potere nella relazione medico-paziente. Sebbene i sanitari non sempre abbiano l’intenzione di provocare sofferenza ai propri pazienti, questo disequilibrio di poteri è molto evidente nelle situazioni in cui i sanitari abusano della necessità medica al fine di giustificare il maltrattamento e l’abuso nel parto. Condotte irrispettose e trattamenti disumanizzanti, che avvengono tra dinamiche sempre poco chiara tra assistenza pubblica e privata, che limitano l’autonomia e la capacità decisionale delle donne. Bisognerebbe lavorare per fornire al personale socio-sanitario e al personale che lavora nel sistema giuridico, una formazione professionale adeguata sui diritti alla salute riproduttiva, garantire alle donne l’accesso alle procedure legali nei casi di violenza ostetrica e creare una cultura generale che scardini gli stereotipi di genere che legittimano la mancanza di rispetto durante il parto.

 

Violenza ostetrica testimonianze

 

L’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (OVOItalia) si occupa di dare voce alle madri e sensibilizzare la società italiana nei confronti del fenomeno di violenza ostetrica. Grazie anche alla campagna social #bastatacere, ha fatto emergere il fenomeno della violenza ostetrica anche in Italia, grazie alle testimonianze di migliaia di madri che, coraggiosamente, hanno narrato gli abusi e i maltrattamenti subiti durante l’assistenza al parto.

«Durante il cesareo, fatto solo per un travaglio che non partiva, secondo i “loro” tempi e con la scusa che il bimbo era in rotazione occipito sacrale, dopo avermi portato via il bambino, ho iniziato a piangere. A singhiozzare, volevo il mio bambino. “Portatemi il mio bambino! Lo voglio vedere!”. “Signora, se piange non riusciamo a ricucire!”. “Falle la puntura!”. E mi hanno addormentata così, con la faccia rigata dalle lacrime». Un’altra: «Il mio parto è stato un trauma, di cui ho avuto incubi per un mese. Mi sono sentita violentata, visitata da mille mani senza nessun tatto. Ho avuto un travaglio interminabile, sempre costretta a stare ferma per i tracciati. Parto indotto con ossitocina sintetica, kristeller, episiotomia (che mi ha resa incontinente per 30 anni!). Bambina portata subito via. Ho combattuto contro depressione post parto. Chi ci ridarà le gioie perse?». E ancora: «Tre gravidanze. Secondo figlio nato con cardiopatia congenita e ritardo psicomotorio. Terza gravidanza finita con aborto interno al quinto mese. Dopo aver partorito la mia bambina senza vita, l’ostetrica mi dice: “Signora, che dice se adesso si ferma ad avere figli?».

Sono le storie vere di madri che si sono sentite trascurate e maltrattate nelle ore più delicate: quelle in cui hanno messo al mondo i loro bambini. Donne che lamentano un’assistenza superficiale e sbrigativa prima del parto e subito dopo, quando è importante stabilire un rapporto tra la neomamma e il figlio, accompagnare la madre nell’allattamento e seguirla con competenza, ma anche con indulgenza.

 

Il malaffare nella gestione della gravidanza nella sanità “pubblica”

 

Trattare una donna solitamente sana (essendo le gravidanze fisiologiche più dell’80% dei casi) come se fosse una paziente e il parto e la gravidanza come malattie, fa guadagnare molti soldi ai medici che operano tra pubblico e privato. Dottoresse e dottori che si dimenticano di ribadire che gravidanza, parto, puerperio e allattamento, sono processi fisiologici complessi (biopsicosociali, culturali ed esistenziali) e non semplicemente eventi medici.

In gravidanza, ‘alterare’ significa, per esempio, indicare come obbligatori ed essenziali esami che non lo sono. Il numero di ecografie effettuate in Italia (soprattutto dai costosi ginecologi privati) è di gran lunga superiore alle reali necessità, che rimandano a 2 o 3 ecografie al massimo, secondo le linee guida nazionali e internazionali. Ciò significa anche rendere via via la madre meno sicura di sé e delle proprie potenzialità, e sempre più dipendente dall’istituzione medica.

I modi attraverso cui si insinuano paure e insicurezze che portano le donne a non ritenere il proprio corpo e il proprio sapere sufficienti o adeguati a prendersi cura del proprio bambino sono a volte sottili, a volte terribilmente espliciti

 

Rivedi qui la puntata dedicata a questo tema di DICA 33

 

Giornalista ed imprenditrice, esperta in tematiche riguardanti gli stereotipi di genere nella medicina. Titolare del centro Io Calabria e Direttrice di Io Calabria Magazine