Top
a

Io Calabria Magazine

  /  Cultura   /  Festa del papà: “Non chiamateci mammi, siamo padri”

Festa del papà: “Non chiamateci mammi, siamo padri”

P apà che partecipano ai corsi pre-parto, assistono alla nascita dei figli, cambiano pannolini, si alzano nel cuore della notte per preparare le pappe, spingono passeggini, contribuiscono alle faccende domestiche e accompagnano i figli a scuola o fare attività sportiva. E sono semplicemente padri. Non “uomini che aiutano le mogli”, “superpapà”, “baby sitter” o peggio ancora “mammi”.

 

Perché la mamma è sempre la mamma (?)

 

Si dà per scontato che la mamma sia un genitore migliore del papà, al punto che nella scala evolutiva di quest’ultimo il grado massimo auspicabile sia per tanto identificabile proprio con l’appellativo mammo. Come dire, sei un papà così bravo, che sembri quasi una mamma.
Secoli di patriarcato ci hanno insegnato che a prendersi cura dei figli sia la mamma. Perché la mamma è la mamma, e grazie al suo innato istinto materno è colei che sa come nutrire e prendersi cura dei propri figli. Il papà invece è colui che provvede al sostentamento economico e materiale della famiglia, spesso un contributore (gradito ma non necessario) educativo ed emotivo per i figli.

 

L’istinto materno esiste?

 

Il ruolo “naturale” della madre, il fatto che la madre debba essere il genitore primario non viene quasi mai analizzato o messo in dubbio e viene supportato dall’esistenza di questo mitico istinto materno che è spesso dato per scontato. E’ diventato un luogo comune: le donne hanno l’istinto materno quindi se sono sane e presenti sono loro che devono occuparsi della prole.
Purtroppo l’idea dell’istinto materno non è stata molto positiva per le donne, i pregiudizi sociali e biologici legati alle donne hanno contribuito a relegarle in una posizione secondaria per secoli, “tenute al loro posto” cioè a casa con i figli. L’idea di istinto materno quindi è stata usata come arma contro le donne.

 

Un genitore maschio è un papà non un mammo

 

Se un padre cambia i pannolini e contribuisce all’accudimento del figlio, non è certo da considerare un “mammo” o un padre speciale, ma semplicemente un uomo che vive come dovrebbe la propria paternità. Con estrema amarezza, infatti, va rilevato che ancora oggi non si può parlare di parità genitoriale a tutti gli effetti. Le stesse donne che affermano con orgoglio che il proprio marito le aiuta con i figli o con le faccende domestiche, non fanno altro che alimentare questa discriminazione di genere, sottintendendo che si tratta di una eccezione che conferma la regola. Fermo restando che il rapporto mamma-neonato costituisca una relazione privilegiata, tuttavia è pur vero che sin dall’inizio è importante che il padre instauri immediatamente col piccolo un rapporto speciale, distinguendosi da tutte le altre persone che orbitano intorno alla vita del bambino. Egli, in altri termini, non deve limitarsi a essere una figura autoritaria che provvede al sostentamento economico della famiglia, in base a un obsoleto e antiquato schema patriarcale, ma deve piuttosto rappresentare un sostegno emotivo per i propri figli.
Dire che il papà del proprio figlio “aiuta”, significa sottintendere che svolge un compito che sostanzialmente non gli spetta. Dietro alla parola mammo, ci sono quindi stereotipi ancora non superati, chiamare un papà, mammo, equivale a dirgli che non si trova al suo posto, quando invece, è esattamente dove e con chi vuole essere, nella maniera che più ritiene opportuna. Chiamare mammo un papà è sbagliato perché si tende a femminilizzare la figura paterna, mettendola in ridicolo alimentando stereotipi e pregiudizi negativi anche sulla donna “uh guarda sei una femminuccia altro che maschio!”

 

Il patriarcato fa male anche agli uomini

 

La mascolinità tossica – un insieme di comportamenti e credenze maschili che comprendono il sopprimere le emozioni, mascherare il disagio o la tristezza, mantenere un’apparenza di imperturbabilità – impedisce ad uomo di indagare senza condizionamenti la propria identità. La pressione sociale ad adattarsi a determinati modelli di comportamento influenza irrimediabilmente le persone e li allontana dalla propria autodeterminazione (a questo punto anche genitoriale) Il concetto stesso di virilità è una maschera soffocante che impone agli uomini atteggiamenti e comportamenti che possono essere molto distanti dal loro intimo sentire e dalla loro reale volontà. Intossica, letteralmente, le loro vite e quelle di chi hanno intorno. Molti uomini, educati a trattare con vergogna e rigetto la propria emotività, si trovano a fare i conti con sindromi depressive anche gravi senza che abbiano i mezzi per affrontarle, perché sono stati educati a non chiedere aiuto.

 

A che punto siamo con il congedo di paternità in Italia?

 

Non chiamateli mammi, sono papà. Se ancora nel 2022 c’è bisogno di fare questa puntualizzazione vuole dire che forse la nuova legge sul congedo di paternità non ha sortito gli effetti sperati. La percezione sociale sulla paternità non è cambiata.
Non si tratta solo di riequilibrare i turni in famiglia e ridistribuire i carichi di lavoro domestici tra i genitori, ma di riaffermare un principio a cui non si può più derogare, che è quello della parità di genere, la tanto attesa riforma sul congedo di paternità alla fine non è arrivata. Dopo avere occupato le prime pagine dei giornali per settimane, a dicembre il provvedimento non ha trovato posto nella legge di bilancio e il governo si è limitato a ritoccare la norma vigente.

 

Come si può emancipare la figura paterna quindi se alla fine sono sempre le madri a doversi occupare dei figli?

 

Nonostante una lunga serie di proposte di legge e mobilitazioni, i giorni di astensione obbligatoria retribuiti al 100% per i padri sono rimasti 10, gli stessi del 2021, più uno facoltativo. Con l’unica differenza che, come sottolinea la circolare n. 1 che l’INPS ha pubblicato il 3 gennaio 2022, questi 10 giorni sono diventati strutturali.

Disuguaglianze che alimentano disuguaglianze perché, superato l’imbuto delle assunzioni, in assenza di un congedo di paternità congruo, sono sempre le donne a ricorrere al part-time con l’arrivo del primo figlio o a rinunciare al lavoro quando c’è necessità di occuparsi della casa, della prole o dei genitori anziani. E dire che di esempi di buone pratiche in Europa ne esistono da anni, basti pensare ai Paesi Scandinavi, da sempre all’avanguardia per tutto ciò che concerne il sostegno alla famiglia e più in generale all’equilibrio tra vita e lavoro. In Norvegia per esempio i papà possono beneficiare di quasi un anno di congedo con 46 settimane pagate al 100% o 56 settimane all’80%. Si tratta di 12 settimane per la mamma, 12 per il papà e il resto da dividere fra i due.

Giornalista ed imprenditrice, esperta in tematiche riguardanti gli stereotipi di genere nella medicina. Titolare del centro Io Calabria e Direttrice di Io Calabria Magazine