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La pornografia può avere un valore politico e sociale?

Può

contribuire a dare visibilità a chi è stato cancellato dalla pornografia mainstream, perché non ritenuto sessualmente desiderabile? Può aiutare a destrutturare modelli di sessualità mascolina dominante e di femminilità sottomessa?

La pornografia può aiutare ad esempio a far comprendere che anche le persone diversamente abili, hanno desideri e pari dignità sessuale?

La risposta è sì! Se parliamo di postporno, e Paola Sammarro, direttrice di Io Calabria Magazine, ne ha discusso con Valentine aka Fluida Wolf, autrice del libro POSTPORNO, edito da Eris Edizioni.

Valentine aka Fluida Wolf, ha spiegato come il postporno renda visibili corpi e pratiche normalmente esclusi dal porno convenzionale, per rivendicare il diritto di tutt* al piacere e dimostrare come la pornografia possa essere uno strumento: di espressione artistica, esplorazione e liberazione.

Valentine aka Fluida Wolf è una drag-bitch transfemminista, antifascista, attivista postporno e traduttrice militante. Nata a Londra, classe 1984, ha vissuto tra Inghilterra, Italia e Spagna. Ha collaborato con le case editrici Golena Malatempora e Odoya come traduttrice. Da anni porta in giro per tutta l’Italia e l’Europa laboratori sull’eiaculazione per vagine e ha collaborato con le registe Morgana Mayer e Julia Ostertag. Postporno, edito Eris Edizioni, è il suo primo libro.

 

D: Valentine, ti occupi di sessualità e con il tuo lavoro cerchi di fare tabula rasa di tutti i miti e gli stigma inerenti alla sessualità. Quali sono secondo te quelli più difficili da abbattere?

 

R:Domanda davvero complessa. A monte c’è ovviamente il discorso sulle identità di genere e su come la nostra società e la nostra cultura continuino ad essere schiacciate sulla norma etero-cis-patriarcale e il binarismo maschile/femminile. Non aderire a questi modelli, sotto innumerevoli punti di vista, quali il ruolo nella società, il corpo incarnato, lo stile di vita, ecc. significa disattendere le aspettative che incombono su di noi fin dalla nascita. Tutto ciò che non è “norma” è “devianza”, da qui gli stigma più difficili da abbattere. Nello specifico, se parliamo di sessualità, tutto ciò è molto evidente. Ci sono i corpi desiderabili e quelli non desiderabili per definizione, così come quelli che godono di una rappresentazione “positiva” e quelli che invece appartengono ai soggetti passivi della rappresentazione: grasso/magro, nero/bianco, disabile/abile, puttana/santa, trans/cis, checca/macho e potremmo andare avanti all’infinito. Tutto ciò ci imbriglia e genera frustrazioni. Ho girato l’Europa per diversi anni facendo workshop sulla sessualità. Stigma e miti sono ciò che alimentano il nostro senso di inadeguatezza e la difficoltà a comunicare, in primis con il nostro corpo e poi con le persone con cui ci troviamo a letto. Tra gli stigma più osservabili notiamo sicuramente quello dell’impenetrabilità dell’ano di un uomo cis etero. Ancora oggi le pratiche sessuali che scegliamo finiscono per definirci. I corpi penetrabili sono solamente quelli delle donne trans e cis e degli uomini cis gay. Corpi sottomettibili dall’uomo bianco cis etero, il “macho”. Se però quest’ultimo gode della penetrazione anale, perde immediatamente il suo status di predatore sessuale e partner attivo, le caselle in cui deve stare e che lo fanno godere di una socializzazione “positiva”, a differenza delle altre sopra citate. Un altro tema sicuramente ancora da sdoganare è quello del cosiddetto “piacere femminile”. Uso questo termine perché è proprio quello che va decostruito è che è stato molto stigmatizzato. Frigida, puttana, vixen, ninfomane, repressa, ecc. Non si scappa da qui. L’approccio al piacere rimane oggetto di stigma.

 

D: Perché sessualità e disabilità sono temi così “intoccabili”?

 

R:Perché siamo una società profondamente abilista e discriminante verso le persone disabili. Che poi anche fare tutto un calderone non ha senso. Ci sono disabilità diversissime tra di loro e ricordiamoci che non sempre sono visibili ad occhio nudo. I mass media -e soprattutto il porno convenzionale- ci hanno mostrato quali corpi sono degni di essere desiderabili e desideranti, quali hanno dignità sessuale. Un corpo che per qualche motivo non aderisce alla norma ne rimane tagliato fuori oppure può essere ridotto a feticcio. Un freak show sostanzialmente. Però dobbiamo anche interrogare profondamente noi stessi se vogliamo cambiare le cose. Perché non proviamo desiderio ad esempio verso un corpo menomato o paralizzato? E la stessa domanda dobbiamo farcela per i corpi grassi, i corpi oncologici e tutto ciò che devia dalla norma. Siamo davvero noi che decidiamo verso chi riporre il nostro desiderio? Ovviamente no. I nostri desideri sono indotti e nostro compito è ribellarci a tutto ciò. Disimparare quello che pensiamo di sapere e risvegliare sensazioni, attrazioni sopite e mai conosciute, ma forse davvero più “nostre”. Inoltre vi è una fortissima infantilizzazione delle persone disabili. Come se molte di loro non avessero desideri, impulsi e capacità di scegliere e manifestare voglie e consensi. Nel postporno il protagonismo è proprio dei soggetti storicamente esclusi dagli immaginari sessuali, che finalmente si auto rappresentano e si liberano dall’immaginario cucitogli addosso.

 

D: Post-porno è un libro che smantella l’idea performativa della sessualità, forse quella più etero, dove la donna ha un determinato ruolo, corpo e funzione. Per anni le donne hanno creduto che per essere attraenti dovessero emulare determinati atteggiamenti, spiegaci quali e perché?

 

R:Sinceramente non sono sicura di quest’ultima affermazione. Se da un lato il cosiddetto “sguardo maschile”, che nella nostra società ricopre un ruolo dominante, ci ha imposto una serie di canoni di bellezza, parametri di desiderabilità, ruoli adatti o inadatti, etc. dall’altro non penso che ci sia stato un adeguamento totale, in blocco. Molte sacche di resistenza sono rimaste vive e pulsanti. Non la voglio fare facile. Non lo è. Io per prima a volte rispetto al mio corpo attraverso ancora sensazioni e fasi contraddittorie. D’altronde il bombardamento narrativo rispetto all’immagine della “donna perfetta” ha sempre lasciato poca tregua. Non sempre abbiamo potuto scegliere. Lavoro, famiglia, status sociale, background, sono stati spesso determinanti per avere strumenti e possibilità di scelta, che non ci costringessero a tentare di emulare gli immaginari imposti. Inoltre la pressione sociale e culturale può essere devastante. Ci dimentichiamo che, troppo spesso, avere la libertà di essere chi siamo è un grande privilegio.

 

D: Facciamo un po’ di chiarezza, quando nel tuo libro parli di: post-porno, pornoterrorismo o transfemminismo, stai in sostanza parlando di visioni e pratiche differenti nel modo di concepire e di usufruire del porno. Se con il post-porno si vuole combattere gli immaginari indotti della pornografia mainstream e la sua visione molto maschilista, machista, con il pornoterrorismo cosa andiamo a specificare?

 

R: Possiamo dire che il “Pornoterrorismo” nasca in seno al Postporno (che è intrinsecamente transfemminista) e si connoti come una proposta politica che si articola con pratiche, strumenti e discorsi totalmente lineari rispetto ai concetti da cui parte e che vuole combattere. Inoltre il Pornoterrorismo va molto circoscritto alla figura di Diana J. Torres aka Diana Pornoterrorista, una delle attiviste e artiste più prolifiche di quella che definisco “l’età d’oro del popstporno barcellonese”. Per capire di cosa stiamo parlando consiglio di leggere innanzitutto “Pornoterrorismo” tradotto in lingua italiana e pubblicato da Golena Edizioni. La prefazione è a cura di Slavina e si intitola “Il Pornoterrorismo spiegato a mia madre”. Slavina mette in luce i tratti rilevanti del discorso e della pratica pornoterrorista: “Il Pornoterrorismo è rabbia che parte dalle viscere e si condensa in un linguaggio diretto, limpido, sublime”. E ancora: “Diana non teorizza: parte dalla pratica e la trasforma in un esempio vivo attraverso le performance, azioni sceniche indigeribili che oltrepassano i confini dell’arte e mettono in discussione quelli della politica. Quello che vedi sulla scena, ti esalti o ti faccia sbiancare dall’orrore, scende a interpellare la tua parte piú profonda e nascosta, quella che hai imparato fin troppo bene a censurare. Quella che ti sembra ormai naturale reprimere. Cadono i confini del normale, dell’accettabile, del politicamente corretto:contro le creature mostruose che rompono le norme del biopotere capitalista è in atto una guerra e il Pornoterrorismo non si limita a predicare la resistenza ma pratica il contrattacco, dentro e fuori dalla scena. Diana trasforma l’orrore della vita in una esperienza teatrale catartica e con un movimento inverso e opposto invita a riportare nella vita una controffensiva nei confronti della normalitá”. Personalmente non sarei mai stata in grado di rendere in parole migliori di queste l’immensità di Diana.

 

D: A chiusura del tuo libro scrivi “ le alternative alla “normalità” esistono e sono tutte valide. Scoprirlo sarà la tua salvezza”, mi ha riportato alla mente l’adolescenza, non la mia, la tua, ma quella di oggi, secondo te quanto davvero sanno di “alternativo” ? Hanno davvero un concetto di sessualità destrutturato, fluido?

 

R: Più che avere un concetto di sessualità più destrutturato e fluido penso che abbiano molta più facilità nel poter “scoprire” che c’è tanta vita al di là della norma eterosessuale e cisgenere. Cosa che è lontanissima dalla mia esperienza di adolescente di provincia, in cui non si parlava di tematiche di genere e sessualità, se non in riferimento all’HIV. Ogni volta che approccio tematiche come quelle dell’identità di genere con persone adolescenti, mi rendo conto che c’è già una conoscenza spesso piuttosto approfondita dello spettro e delle possibilità. Due settimane fa chiacchieravo con la figlia quindicenne di un amico. Di sua iniziativa e come se stesse buttando giù un bicchier d’acqua, mi ha detto che lei è bisessuale, che lo ha detto ai genitori, che si interroga sulla pansessualità e mi ha anche parlato di un paio di amicizie agender. So che queste conoscenze e consapevolezze probabilmente appartengono solo ad una minima fetta di chi è in età più giovane; detto questo c’è tutto un mondo delle serie e dei social, ad esempio quello di TikTok, in cui si stanno dando spazi di discussione che altrove purtroppo non vedo. E non perché non li reclamino, ma perché ormai accostare i termini sessualità e adolescenza sembra essere diventato un terreno impraticabile, quando invece sarebbe importante aprire un dibattito franco, considerando anche i cambiamenti portati dal porno dei tubes, dove spesso tutto viene fagocitato senza avere strumenti per capire ciò che si sta guardando e cosa c’è di reale o meno.

 

D: E gli adulti? Sanno davvero cosa farci con il proprio corpo? E quanta paura hanno dei corpi altrui?

 

R:Noi persone adulte non siamo messe molto bene. Insicurezze, frustrazioni, tabù, mancanza di comunicazione e scarsa conoscenza del nostro corpo – anche proprio a livello anatomico – di certo non contribuiscono a viverci la nostra carne e i nostri desideri in maniera libera e schietta. E poi non ammettiamo le nostre verità nemmeno con noi stess*, figuriamoci con eventuali partner. Non solo ci fanno paura i corpi altrui, ma soprattutto il nostro. Penso davvero che l’Italia sia uno dei paesi un cui la sessuofobia regna ancora fortemente sovrana. Anche il femminismo per me ha le sue responsabilità. Nel denunciare la subalternità del piacere femminile a quello maschile, si è poi come “scordato” un discorso franco sui corpi e il piacere. La cosiddetta “liberazione sessuale” non può partire da un’unica concezione, ma dalla consapevolezza delle infinite possibilità, differenze, sperimentazioni che è importante mettere in condivisione, altrimenti è impossibile fare passi avanti.

 

D: Sì…femminismo e sessualità, non sempre sanno dialogare. Perché secondo te?

 

R:Mi riallaccio al discorso di cui sopra. Diciamo che ci sono femminismi che amano dialogare con la sessualità e altri meno. Questo è un tema molto complesso che meriterebbe un’analisi articolata. Di base, anche se non lo si vuole ammettere, c’è un problema di giudizi e pregiudizi, di voler decidere cosa sia accettabile e cosa invece ti tolga il “pedigree” della “femminista per bene”. Certi femminismi sono i primi a continuare a perpetrare la dicotomia santa/puttana ponendosi di fatto come sovradeterminanti e moralizzanti. In questo momento la frattura tra il cosiddetto “femminismo radicale” e il “transfemminismo” è davvero profonda. E tanto ha proprio a che fare con i corpi e la sessualità.

 

D: Tu tieni workshop sull’eiaculazione femminile, conosciuta dai più come squirting, come si articola il corso?

 

R: Ci tengo a precisare che io non la chiamo “eiaculazione femminile” ma “eiaculazione per fike”. Per me è importante perché innanzi tutto nei miei workshop vengono persone che hanno la vagina e non sono donne, inoltre per la portata semantica del termine “fica”, che da anni ha anche una connotazione di rivendicazione politica. Il workshop è diviso in due parti. La prima, aperta a tutt*, è una parte sostanzialmente teorica. Approcciamo il tema da più prospettive: politica, sociologica, culturale, anatomica, storica, medica, etc. Insomma, un viaggio intenso. La seconda è solo per persone con vagina. In un ambiente safe e rispettando i propri limiti e tempi, propongo un’autoesplorazione guidata volta ad entrare in contatto con una parte di noi silenziata per anni dalla medicina occidentale e responsabile dell’eiaculazione: parliamo del fatto che anche noi abbiamo una prostata. Come dico sempre, il punto di questo workshop non è squirtare anzi, non si va in quella direzione. Come insegna Diana Pornoterrorista, il punto è quello di recuperare a livello della nostra mappa mentale una parte del nostro corpo omessa, medicata, negata dalla medicina occidentale di stampo patriarcale. E’ una riappropriazione che facciamo insieme, collettiva, sperimentando uno spazio in un modo in cui non siamo abituate. E’ sicuramente un’esperienza profondamente femminista e di rafforzamento.

 

D: Chi partecipa con l’idea di imparare a squirtare lo fa per sè o per compiacere un partner?

 

R: La maggior parte delle persone lo fa per sé ma non per forza per imparare a squirtare; di solito c’è più che altro molta curiosità. Capire se quello che si vede nei porno è reale o meno, se si tratta di urina o un liquido diverso. Insomma, cercare di capire qualcosa in questo caos di disinformazione e input visivi. C’è da dire che diverse donne cis che vivono una relazione eterosessuale mi hanno riportato un certo pressing da parte del partner. Questa è una cosa che davvero mi fa arrabbiare.

 

D:Perché per una donna è importante avere un buon equilibrio con la propria sessualità? È estremo dire che è quasi un percorso di guarigione? E in che senso rende più libere e consapevoli?

 

R:Non so se sia tanto una questione di equilibrio. Penso più che altro ad un discorso di riappropriazione, soprattutto da parte delle soggettività umiliate, oppresse, stigmatizzate dall’imposizione di norme che da sempre regolano il giusto/sbagliato e che ti assegnano un posto e una casella e in quella ci devi stare, vivere e crepare. Solo stracciando questo apparato normativo possiamo aspirare ad un sentire più libero, nostro e in pace. Per quanto riguarda la mia esperienza, tutto il percorso fatto finora e tutto quello che mi aspetta, fanno sicuramente parte anche di un percorso di rafforzamento, conoscenza profonda di me stessa, dei miei limiti, delle mie paure, delle mie contraddizioni. Nello stesso tempo queste consapevolezze acquisite, questo far pace con il mio corpo e l’aver sfondato a calci la casella che mi era stata assegnata, costituiscono anche un percorso di autoguarigione, di accettazione. Spero di continuare a vivere la mia carne, il mio corpo, i miei desideri sentendomi sempre più in pace e rafforzata; se questo percorso può essere utile ad altre persone, continuerò a metterlo in circolazione.

 

Grazie Valentine

Giornalista ed imprenditrice, esperta in tematiche riguardanti gli stereotipi di genere nella medicina. Titolare del centro Io Calabria e Direttrice di Io Calabria Magazine