[qodef_dropcaps type=”normal” color=”#1d1d1d” background_color=””] L [/qodef_dropcaps] e donne per millenni sono state raccontate, descritte, immaginate in amore e in società, prevalentemente dagli uomini. Abbiamo letto di donne fragili e vulnerabili, perse in lande lontane a struggersi per il famigerato amore romantico, unico vero amore possibile nella vita. In tempi più moderni abbiamo letto di donne divise tra famiglia e carriera, attente a non dimenticarsi di sé, della propria bellezza e forma fisica come unico atto rivoluzionario.

Donne narrate e plasmate non solo dallo sguardo maschile, ma da un intero immaginario collettivo. Che spesso (nostro malgrado) ha influenzato lo stare al mondo femminile e ne ha determinato la sessualità, i rapporti di coppia e i ruoli sociali e di genere.

Ma cosa accade se la narrazione cambia voce e prospettiva e a raccontare cosa accade nella vita amorosa, familiare, sessuale, sociale è una donna stessa?

 

Succede ad esempio “La terza notte con il gatto”, libro scritto da Elisabetta Spanu, edito da Arkadia Editore, dove Elisabetta racconta la vita di Flavia, obbligata a rientrare in Sardegna, per motivi di lavoro, dopo tanti anni vissuti in Spagna con la sua famiglia. Gli eventi che la vedono protagonista la inducono a riflettere in prima persona su temi esistenziali come l’amore e il poliamore, la morte, la monogamia, il sesso e su alcuni più prettamente femminili come la menopausa e la maternità.

Una donna raccontata da una donna. Nessun esercizio di immaginazione, solo scrittura e verità.

 

Quale occasione migliore quindi per intervistare Elisabetta Spanu e chiacchierare con lei di sessualità, menopausa, poliamore, materno e relazioni?

 

Elisabetta, inizio con il chiederti quanto sia rivoluzionario (ancora) e necessario parlare di sessualità femminile? Narrare di sé, trovare la voce per far esistere e legittimare il proprio desiderio, rappresenta (ancora) un atto politico e sociale?

 

Io credo proprio di sì. Credo che sia necessario non solo parlarne ma proprio portare avanti un discorso educativo che riguardi affettività e sessualità. Del resto, se non fosse ancora rivoluzionario non capirei il perché di tanta difficoltà nell’accettare argomenti di questo tipo. Non è un discorso facile, lo so bene, e bisogna saperlo fare, ma non è impossibile. Di cosa si ha paura? mi chiedo. Di un desiderio libero da convenzioni? Di un’autodeterminazione sessuale? Il fatto è che siamo ancora imbevuti di tabù e pregiudizi. La sessualità è ancora senso di colpa, non gioia, può essere dirompente e allora è meglio tenerla incatenata. E questo lo dico convinta dalla mia lunga esperienza di insegnante. Sino qualche anno fa un discreto numero di alunne non conosceva neppure gli aspetti basilari del funzionamento del proprio corpo, figurarsi le leggi del desiderio! Parlare serenamente di certi argomenti renderebbe, invece, tutti/e più liberi/e e toglierebbe quell’alone scuro e ancora peccaminoso al discorso per renderlo più naturale e giocoso

 

Un altro argomento che vorrei affrontare con te, che ritrovo tra le pagine del tuo libro, è come l’età adulta, il materno, la menopausa, un corpo in continua evoluzione, influenzi la costruzione delle sessualità femminile. Per ogni donna è un’esperienza differente. Per te tutto questo cosa ha rappresentato?

 

Il corpo cambia in continuazione e questo modifica anche la sessualità. O perlomeno, a me è successo così. Sono sempre stata molto curiosa di tutto ciò che riguarda il corporeo e le sue evoluzioni o rivoluzioni. A volte ho cercato di guardarlo a distanza, proprio per curiosità, ma non sono sicura di esserci riuscita. Altre volte, invece, la sua stessa forza e prepotenza mi ha fatto paura (il parto, ad esempio). Mi sono sempre interessata a questo discorso e credevo di avere strumenti sufficienti per capire cosa capitasse nelle varie fasi di trasformazione. Invece mi sono dovuta ricredere, perché sono arrivata alla menopausa impreparata. Ecco, se ne parla ancora troppo poco e molte donne si sentono smarrite quando ti investe come un ciclone e ti costringe a cambiare i paradigmi dell’esistenza perché, improvvisamente, si diventa consapevoli di non avere più troppo tempo. Non succederà a tutte così, ma a me è successo. E quando succede ti devi ancora una volta ricostruire. Forse la vita di una donna è fatta proprio di scosse, ricostruzioni e assestamenti, in attesa della scossa successiva, sicuramente molto diversa dalle precedenti.

 

Parliamo di poliamore, a prescindere dalla propria esperienza e opinione sul tema, secondo te cosa bisogna decostruire di sé e del mondo che ci circonda, anche solo per iniziare a rifletterci sopra?

 

Mi interrogo sulle relazioni d’amore da sempre, dalla fine degli anni ’70 sino ai giorni nostri. Non sono ancora arrivata a nessuna conclusione e nel testo cerco di spiegarlo ironicamente (almeno spero). Non ho acquisito certezze in merito, ma è il livello di consapevolezza sulle difficoltà che le relazioni comportano che è cambiato. Sono convinta che dovremmo abbandonare alcuni canoni romantici che hanno fatto solo danno. Non esiste l’amore eterno e non esiste il principe azzurro. Una persona non può soddisfare tutti i bisogni e le esigenze, peraltro sempre in divenire, dell’altra, e non dovrebbe neppure assumersi tale carico sulle spalle. L’ amore non è possesso, l’amore è rispettare l’altro e conoscerne i limiti, così come i propri. Dovrebbe essere complicità e ha possibilità di funzionare solo se non si invadono tutti gli spazi dell’altro, alcuni sacrosanti e necessari per non soffocare. Anche questo è difficile, lo so, ma non impossibile. Ho sempre visto l’amore crescere, come nel movimento hegeliano. La sintesi si porta appresso le contraddizioni tra tesi e antitesi e le risolve in un momento superiore di consapevolezza, ma non una volta per tutte. L’amore è equilibrio continuo. E ciò vale per tutti i tipi di relazioni possibili e per tutte le molteplici manifestazioni di amore. Forse il mio è un discorso che risulta teorico, ma la conoscenza deve essere il punto di partenza: sempre.

 

Il tuo libro è anche un racconto sul femminile che attraversa diverse generazioni, si trasforma, cambia lingua, altitudine ed espressione, eppure mantiene un filo conduttore. Dicci tu qual è?

 

Mi piace sempre tantissimo scrivere di relazioni generazionali, soprattutto di quelle in linea matrilineare. L’ultima pagina alla fine del testo racchiude in maniera simbolica tutte le differenze tra  bisnonna, nonna, madre e figlia. Avrei potuto scrivere di conflitto,  le relazioni in quella linea sono conflittuali in se e per se. Ma non volevo farlo. Ultimamente ho letto un sacco di libri con questo argomento e mi sono anche piaciuti tanto, ma non avevo voglia di seguire quella strada. Volevo un riscatto dal conflitto inevitabile tra generazioni  e questo, per quanto mi riguarda, poteva essere solo l’ironia. Le donne legate alla protagonista si raccontano e si dimostrano affetto prendendosi in giro. In questo caso il dato è molto autobiografico e mia nonna era ancora viva quando ho terminato di scrivere. Volevo rendere omaggio alla sua leggerezza.

 

Sinossi

Flavia è obbligata a rientrare in Sardegna, per motivi di lavoro, dopo tanti anni vissuti in Spagna con la sua famiglia. Gli eventi che la vedono protagonista la inducono a riflettere in prima persona su temi esistenziali come l’amore e il poliamore, la morte, la monogamia, il sesso e su alcuni più prettamente femminili come la menopausa e la maternità. Per ogni evento o riflessione che sorge, comica o tragica che sia, la protagonista ha sempre bisogno di confrontarsi con le donne della sua linea matrilineare: mamma, nonna e soprattutto figlia, ognuna delle quali ha sempre avuto un ruolo ben preciso nella sua esistenza di donna storicamente irrequieta e in perenne contraddizione. Flavia racconta cosa comporta il continuo e inevitabile scorrere del tempo per una generazione di donne formatasi negli anni ’70, la vita in continuo transito e i dubbi su come affrontarla. Una seconda voce commenta brevemente le avventure della protagonista secondo il proprio punto di vista e i sentimenti che ne scaturiscono e solo alla fine si scoprirà la sua identità.

 

Chi è Elisabetta Spanu?

Nasce a Cagliari, città in cui si laurea in Filosofia. Si specializza successivamente in Psicologia a Madrid, città in cui vive. È stata una docente di Filosofia e Scienze Sociali. Nel 2009 vince il concorso Aquí empieza tu libro, bandito dal quotidiano “El País” in concomitanza con la Fiera del libro di Madrid. Da allora pubblica vari racconti, molti dei quali vincitori di concorsi, per varie case editrici. Con lo pseudonimo Lisa Elisa pubblica nel 2013 il suo primo romanzo Dodici chicchi d’uva (Happy Hour edizioni). Nel 2014 ha vinto il concorso Racconti di donne: relazioni fra generazioni, indetto dal Centro di Documentazione e Studi delle Donne di Cagliari, con il racconto Memoria colorata. Il suo racconto Lettera d’amore al mio datore è, invece, uno dei due finalisti al concorso di Rai Radio 1 Plot Machine. Nel 2019 e nel 2023 si classifica prima e seconda al Concorso per microracconti organizzato dal LEI Festival di Cagliari. Nel 2021 ha vinto il premio Alfredo Rampi con il racconto Insediamenti amorosi. Ancora nel 2021 ha pubblicato una raccolta di racconti brevi e brevissimi dal titolo Amores (des) plegados con l’Associazione Culturale Meninas Cartoneras di Madrid, sia in italiano che in spagnolo e quest’anno, con la medesima casa editrice, una breve raccolta di racconti intitolati Amori di scuola. Collabora inoltre con la rivista online “La Voce d’Italia”. Nel 2025 per Arkadia Editore ha pubblicato La terza notte con il gatto.

 

di Redazione

Terapista sessuale olistica, giornalista esperta in comunicazione sanitaria, dirige Io Calabria

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