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Male Gaze e altri neologismi per spiegare come la medicina reagisce alle problematiche di salute sessuale femminile

A coniare il termine Male Gaze è stata Laura Mulvey, nel 1975. Il termine, tradotto letteralmente con “sguardo maschile”, si riferisce al modo in cui l’uomo guarda le donne e al ruolo che loro interpretano al cinema. Come vestono, quali scene girano, quale dipo di femminilità mettono in scena.  Si tende quindi a raffigurare l’universo femminile da un punto di vista maschile.

Il corpo delle donne, da che abbiamo memoria collettiva, eiste nel mondo come oggetto, poco soggetto, per niente dotato di voce propria capace di autodeterminarsi, ma sempre narrato da altri.  Simbolo, mito, mostro, fantasia e mistero, il corpo femminile ha sempre rappresentato un “prodotto del creato” da dominare tramite dogmi sociali, culturali e pratiche mediche che nel tempo si sono tradotte in fantasiose interpretazioni sull’anatomia femminile: teorie che riducono la donna alla sua dimensione corporea. Destinata al parto, all’allattamento, all’affettività e alla cura, per cui incapace di giudizi equilibrati, assoggettata agli istinti, agli affetti, agli impulsi. Un insieme di specifiche corporali e di conseguenza caratteriali che solo lo sguardo maschile, il rigore e Dio, possono contenere, disciplinare e curare.

Mutilata nella voce e nel sesso, la donna (e la società) ha quindi interiorizzato – evolvendolo certo – un modo di stare al mondo funzionale. Utile, produttivo e circoscritto al male gaze anche nella risposta sanitaria che le viene offerta.

In “Sesso. Una storia imprevedibile. Dall’antichità ai giorni nostri”, Kate Lister racconta che quando la clitoride ha fatto la sua comparsa nei trattati di medicina, nell’antica Grecia, è stato prevalentemente per descrivere come doveva essere eliminata. Sorano di Efeso, medico di Alessandria del II secolo dopo Cristo, illustra nel dettaglio la procedura per l’asportazione delle clitoridi «eccessivamente grandi» ritenuti responsabili di presunte «anomalie» nella sessualità femminile. Teorie simili compaiono anche nei trattati del medico arabo medioevale Avicenna, mentre negli anni ’50 del 900 medici americani (e il padre della sessuologia Alfred Kinsey) proponevano l’escissione del prepuzio clitorideo come metodo per rendere più funzionale la sessualità femminile: un’operazione che oggi è classificata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come una forma di mutilazione genitale femminile. «Non sapremo mai quante clitoridi sono stati tagliate, cauterizzate e circoncise nel corso della storia, ma sappiamo che praticamente nessuna di queste procedure era necessaria” scrive Lister in Sesso.

 

male gaze, slut-shaming, victim blaming: neologismi utilizzati (anche) per spiegare come la medicina reagisce alle problematiche di salute sessuale femminile

 

Slut-shaming in italiano vuol dire più o meno “la vergogna della sgualdrina” è un neologismo nato in ambito filosofico femminista per definire l’atto di far sentire una donna colpevole o inferiore per determinati comportamenti o desideri sessuali. Questa pratica consiste nel criticare, umiliare o denigrare una persona, prevalentemente di genere femminile, per il modo in cui si veste, si comporta o vive la propria sessualità. È una manifestazione della disuguaglianza di genere che perpetua il controllo sui corpi e sulle scelte delle donne.

È bene ribadire – a scanso di fraintendimenti – che non ha nulla a che fare con i buoni consigli educativi su come proteggersi da situazioni pericolose, ma ha molto a che vedere con l’atteggiamento oppressivo verso le donne e un rimando poco critico sull’espressività maschile.

Lo slut-shaming spesso si traduce in: ansia, depressione e perdita di autostima. Le donne che lo subiscono possono interiorizzare il giudizio altrui, sentendosi sbagliate o indegne, rinforzando l’idea che debbano conformarsi a standard di comportamento sessuale definiti dalla società. E laddove una donna subisca un abuso, si è tentati a minimizzare la responsabilità di chi commette violenza, spostando la colpa sulla vittima per il suo presunto “comportamento provocante”, rafforzando un doppio standard sessuale.

Quando parliamo di doppio standard nella sessualità, facciamo riferimento al fenomeno per cui agli uomini vengono socialmente concessi alcuni comportamenti mentre alle donne no: a parità di partner sessuali e a parità di atteggiamento verso il sesso, i primi vengono definiti “conquistatori” o comunque sono visti normalmente, le seconde subiscono richiami e convivono con lo stigma. Questo ulteriore stereotipo di genere crea non solo un cortocircuito nei rapporti e nelle relazioni sociali di tutte le donne, ma anche nella salute, per esempio, nella vergogna di sottoporsi a esami medici specifici con il conseguente proliferare di malattie e infezioni sessualmente trasmissibili. Di trascurare secchezza vaginale, dolore durante i rapporti sessuali, insomma non evidenziare problematiche inerenti al benessere sessuale per non essere giudicate.

È però doveroso soffermarsi su un altro aspetto molto importante: sì è vero che le donne temono il giudizio sulla propria persona quando trattano tematiche sul benessere sessuale, ma è anche vero che spesso si scontrano con lo stereotipo di genere che medici e sanitari stessi hanno interiorizzato! E che questo li porta a non diagnosticare nell’immediato una problematica ginecologica, ma a sminuire il dolore e la patologia.

 

Provare dolore durante i rapporti sessuali non è normale

 

Nella mia esperienza all’interno dello spazio Io Calabria, mi è capitato più volte di ascoltare storie di donne ridicolizzate e sminuite durante una visita ginecologica. Quello che accade purtroppo è comune a moltissime donne e si svolge quasi sempre con un “protocollo misogino non scritto, interiorizzato da moltissimo ginecologi”, il protocollo si chiama: “Non c’è niente! Stia più rilassata che la vedo stressata”!

 

«Mi sono trovata mia malgrado in una situazione che ha cambiato la mia vita. Da un momento all’altro ho iniziato a percepire dolori vaginali ogni volta che andavo in bagno e sensazioni di abrasione tali da non riuscire a sedermi né a camminare bene. Anche lavarmi risultava difficile e ho cambiato modo di vestire perché non riuscivo più ad indossare pantaloni troppo stretti. Impossibile avere rapporti sessuali. Ho iniziato a vivere con un’angoscia indescrivibile».

 

Mi racconta così il suo calvario Maria, sedute nella sala d’accoglienza di Io Calabria, parlandomi con tristezza delle terapie sbagliate, diagnosi superficiali, snobismo e frasi come «ti stai preoccupando troppo», arrivate da professionisti che avrebbero solo dovuto curarla, e prima ancora capirla. Ma questa non è solo la storia di Maria, ma è anche quella di Carla, Ester, Ilaria, Giovanna e di molte altre donne che si trovano ad affrontare, spesso in solitudine, patologie e problematiche legate all’apparato genitale e riproduttivo e al pavimento pelvico, apparentemente invisibili ma devastanti, che minano la loro serenità e la salute sotto molti aspetti, tra i quali quelli legati al benessere sessuale.

 

Perché alcune problematiche ginecologiche non vengono prese in considerazione?

 

La mancata discussione pubblica sul piacere e desiderio sessuale femminile è strettamente correlato al tema della salute sessuale della donna. Difficoltà a raggiungere l’orgasmo o dolore durante il rapporto, sono problemi talmente diffusi da riguardare quasi una donna su due. Ma sulla sessualità femminile pesano ancora tabù e false credenze che sembrano essere estremamente interiorizzate non solo nella società ma anche a livello scientifico, tra i professionisti della salute a cui le donne si rivolgono. I problemi della sfera sessuale sono spesso originati da disturbi che nella maggior parte dei casi potrebbero essere trattati e risolti se solo vi fosse una maggiore consapevolezza e conoscenza medica, invece accade ad esempio che la maggior parte dei ginecologi e delle ginecologhe indirizza le donne che manifestano vaginismo (l’impossibilità di avere rapporti penetrativi), verso uno psicologo, dando per scontato che all’origine del problema ci sia sempre una causa che abbia a che fare con la mente ed escludendo a priori ragioni fisiologiche.

Una paziente di Io Calabria mi ha raccontato di aver subito un vero e proprio interrogatorio durante una vista ginecologica nel quale le è stato chiesto ripetutamente se avesse subito abusi o violenze o se ci fossero stati eventi nella sua vita che potessero aver determinato in lei un blocco, escludendo a priori anche le cause organiche come lo spasmo involontario dei muscoli dell’entrata vaginale, un ipertono del pavimento pelvico localizzato intorno alla vagina, ripetuti episodi di infezioni vulvovaginali, nevralgia del pudendo, imene fibroso, endometriosi e altre possibili cause. Un’altra paziente invece che lamentava un bruciore vulvare si è sentita chiedere se avesse un partner fisso o diversi. Un’insistenza nello scavare nel vissuto delle pazienti che prende le sembianze più di victim blaming (colpevolizzazione del soggetto che racconta un male che non si vede, e che quindi “non può che essere nella sua testa”) che di una reale anamnesi clinica.
Questo, oltre a generare una forte umiliazione in chi non si sente creduta dal medico a cui si è rivolta, porta a ritardi diagnostici che possono protrarsi anche per 7 anni, un tempo lunghissimo che si traduce anche in un esborso economico immenso, visto che quasi nessuna delle patologie che investono anche la sfera sessuale femminile è riconosciuta dal Sistema Sanitario Nazionale, e tutte le spese per eventuali cure sono a carico della paziente.

 

È evidente quindi come lo stereotipo di genere influenzi non solo la percezione delle donne sull’importanza del benessere sessuale, ma di come anche la risposta sanitaria sia confusa, discriminatoria e giudicante.

Certo non siamo più nel periodo che va dal V al XI secolo d.C. , dove la ninfomania era segnalata come un disturbo di natura perversa e demoniaca, quindi il medico obbligato ad intervenire, spegnendo l’ardore erotico con cure atte a rendere il corpo femminile frigidissimus, come obbligare le malate isteriche a dormire in letti duri e stretti o private di alimenti stuzzicanti. Il cibo doveva essere preparato secondo la farmacopea dell’epoca, ovvero con un’azione sedativa fatta di erbe e lattuga. Inoltre la donna considerata ninfomane ed isterica, doveva sottoporsi a purghe e clisteri per svuotare il corpo da umori tossici. La clitoride veniva raffreddata con semicupi a base di acqua fredda o con unguenti sedativi a base di olio di rose. Nel caso questi interventi non risolvessero il quadro clinico, si rendeva necessario l’utilizzo di oppio come diacodio. La sessualità femminile quindi doveva essere estirpata con accorgimenti mirati: vitto povero, abiti austeri, ubbidienza assoluta al marito o al padre, sottomissione a regole rigide. Il sesso, l’eros, la masturbazione, il desiderio, follie da curare.

Oggi niente purghe e clisteri, ed ovviamente la risposta sanitaria è più ampia ma resta che ad esempio ho visto arrivare da Io Calabria quarantenni che per avere rapporti penetrativi dovevano ubriacarsi o che per anni vi hanno rinunciato a causa del dolore, e che si sono poste il problema solo quando desideravano una gravidanza. Prima no, perché culturalmente le donne non sono mai state legittimate a considerare il proprio piacere come una priorità.

 

Terapista sessuale olistica, giornalista esperta in comunicazione sanitaria, dirige Io Calabria